Terremoto y centros históricos. Experiencias de reconstrucción en Italia

Earthquake and Historic Center. Experiences of reconstruction in Italy

Fecha de recepción: 13 de septiembre de 2018
Fecha de aceptación: 11 de diciembre de 2018
Fecha disponibilidad en linea: 01 de enero de 20

Lucia Serafini

Professore Associato di Restauro Architettonico nel Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara.
Si occupa di studi sul rapporto fra antico e nuovo nel restauro, sia a scala architettonica che urbanistica, con interventi in convegni nazionali e internazionali. Ha pubblicato anche numerosi saggi sull’archeologia industriale e sul cantiere tradizionale.Numerose sono pure le consulenze prestate per progetti di restauro e recupero di edifici e centri storici. Dopo il terremoto dell’Aquila, dell’aprile 2009, è stata impegnata con l’Università di appartenenza nell’attività di supporto e collaborazione ai Piani di ricostruzione di alcuni dei centri del cratere. Associate Professor of Architectural Restoration at the University of Studies “G. d’Annunzio” of Chieti – Pescara, Department of Architecture.

She is involved in studies concerning the meeting between old and new in the restoration with interventions in national and international conferences. She has published also numerous essays on the Industrial Archeology and the historical building. There are also numerous consultations provided for restoration and recovery projects of buildings
and historic centers. After the earthquake of L’Aquila, in April 2009, she is also involved with the Department of Architecture in Pescara, in supporting and collaborating Reconstruction Plans of some of the centers of the crater.

Abstract

Il contributo riassume l’esperienza avuta dai professori dell’Università “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara, dopo il disastroso terremoto che ha colpito la regione Abruzzo nel 2009. L’esperienza si riferisce in particolare al lavoro svolto in alcuni Piani di ricostruzione dei centri danneggiati, per la cui realizzazione si è scelto di adottare i principi della conservazione e del restauro, e considerarli essenziali per qualsiasi intervento sul patrimonio storico.

Premessa

Le due scosse di terremoto, per fortuna senza grossi danni a cose e persone, che il 16 e 17 agosto dell’anno in corso hanno colpito il Molise, hanno riportato l’attenzione sulla vulnerabilità sismica delle regioni centrali d’Italia, ferite a più riprese nel corso degli ultimi anni.

Per numero e intensità di eventi sismici, tragico é stato infatti per l’Italia l’esordio del terzo millennio. Dall’altro terremoto del Molise del 2002, passando per il sisma che nel 2009 ha colpito la città dell’Aquila e gran parte della regione Abruzzo, e quello che il 18 gennaio 2017 ha nuovamente infierito sulla provincia aquilana, è stato soprattutto il centro Italia ad essere interessato da una sequela di movimenti tellurici che non accenna a placarsi e che emerge con prepotenza nella storia di un’area da sempre ad alto rischio[1].

Orograficamente l’Appennino centrale è tra i più impervi di tutta la penisola, giacché presenta una struttura sismo genetica assolutamente articolata e spesso segnata da fronti di frana e lame rocciose[2]. E’ questo il motivo per cui, rispetto alle zone di epicentro, le aree colpite superano di gran lunga il perimetro di queste, interessando aree solo apparentemente periferiche. Così è stato per il terremoto che nel maggio 2012 ha colpito l’Emilia Romagna e la pianura Padana, e così, soprattutto, per il cosiddetto terremoto di Amatrice, nel Lazio, la cui catena di scosse sismiche ha avuto i suoi picchi più alti in termini di magnitudo il 24 agosto e il 30 ottobre del 2016, e interessato in varia misura un territorio molto ampio, oltre che del Lazio comprensivo dell’Abruzzo, ancora una volta, nonché dell’Umbria e delle Marche, a loro volta pesantemente segnate dal terremoto del 1997[3].

Per evidenti ragioni temporali, ancora incerto è il destino delle aree colpite dagli ultimi terremoti. Tale incertezza nasce anche dal fatto che in Italia manca una cultura della prevenzione che sia indipendente dai momenti di emergenza e che passi da un’oculata gestione del territorio. Allo stesso modo manca pure un quadro legislativo unitario che possa garantire un indirizzo omogeneo non solo nella fase di gestione dell’emergenza ma anche e soprattutto in quella della ricostruzione, degli edifici singoli come di intere città, con tutte le conseguenze in termini di tempestività e modalità.

Anche gli errori fatti e riconosciuti, soprattutto in fase di consolidamento delle fabbriche dissestate e più o meno gravemente distrutte, da terremoti come da altri accidenti, hanno si prodotto qualche cambiamento di tendenza circa la ricerca di una maggiore e migliore compatibilità, fisica e strutturale, fra interventi proposti e edifici storici, ma non sono ancora riusciti a debellare, con i guasti al patrimonio, il reiterarsi di nuovi danni, oltreché che sismici anche idrogeologici, tra di loro spesso tragicamente collegati. La stessa consapevolezza che negli ultimi decenni è andata maturando circa la vulnerabilità dell’ambiente fisico e la conseguente necessità di stabilire nuove politiche territoriali non si è mai tradotta in una massa critica capace, laicamente, di ragionare sulle cause dei disastri e stabilire un coerente approccio ai problemi. Come quello, per fare un esempio lontano ma non peregrino, che sostenne l’intellettualità meridionale di fronte al sisma che nel 1783 sconvolse la Calabria e la Sicilia, o che animò il dibattito scaturito dal devastante terremoto di Lisbona del 1755, col fatalista Voltaire da una parte, intento a demolire l’ingenuo ottimismo sul migliore dei mondi possibili, e lo storicista Russeau, invece impietoso nel segnalare che “la natura non aveva affatto riunito in quel luogo ventimila case di sei o sette piani” [4].

Sicchè, come la storia più o meno recente insegna, ogni terremoto è in Italia un caso a parte, e ogni volta sperimenta, nel binomio distruzione/ricostruzione cui si lega, approcci empirici legati non solo all’ampiezza e all’entità dei danni, ma anche alla varietà geomorfologica delle aree colpite, al loro tessuto sociale ed economico e dunque alle potenzialità di ripresa e sviluppo che ne emergono. Da questo punto di vista il terremoto che ha colpito l’Abruzzo nel 2009 è esemplare[5].

Se la vicenda successiva al terremoto dell’Emilia Romagna del 2012 è stata condizionata dalla necessità di risollevare, e al più presto dati i tempi di crisi economica, innanzitutto il gran numero di aziende ed attività produttive distrutte, in un’area tra le più industrializzate d’Italia, la ricostruzione predisposta e avviata dopo il terremoto del 2009, ha dovuto fare i conti con la distruzione di un capoluogo di provincia, L’Aquila, tra i più belli e importanti d’Italia, e con quella, a contrappunto, di una moltitudine di centri minori variamente sparsi su tutto il territorio abruzzese. Da una parte, dunque, una città prestigiosa: per il suo ruolo istituzionale nel contesto della regione; perché città universitaria di grande rilievo a livello nazionale, soprattutto dentro il centro storico popolata da studenti di varia provenienza; perché ricca di monumenti civili e religiosi, di fitto palinsesto ma principalmente riconducibili alla intensa stagione barocca legata alla ricostruzione post sismica settecentesca; dall’altra una rete di piccoli e piccolissimi centri, sfavoriti da un punto di vista orografico e marginali rispetto a qualsiasi circuito di traffico e comunicazione, e anche per questo da tempo abbandonati, sebbene quasi mai totalmente. Il ripopolamento che in questi centri si verifica soprattutto durante la stagione estiva è infatti quasi sempre motivato dalla presenza di seconde case, che sembrano costituire peraltro uno dei pochi baluardi economici di questi territori.

Sicché, se per L’Aquila – considerata monumento di assoluto valore culturale – la fiducia sulla sua ricostruzione si è tradotta nella preferenza accordata al già esistente Piano regolatore degli anni Settanta, per i centri minori si è scelta la strada di Piani da elaborare completamente, nell’illusione, smentita dai fatti come si dirà, che almeno nel primo caso la ricostruzione potesse essere più facile e spedita, e soprattutto supportata da una gabbia normativa già definita.

Le riflessioni che seguono provano a raccontare lo sforzo fatto dentro la Facoltà di Architettura dell’Università “G. d’Annunzio di Chieti-Pescara”, nel proporre le ragioni della conservazione e del restauro come imprescindibili da qualsiasi intervento sul patrimonio storico, dunque, nel caso specifico, non solo su L’Aquila ma anche sui centri minori, non solo sui grandi monumenti ma anche su quelli dimenticati dalla storiografia ufficiale, non solo sulle chiese e i palazzi emergenti per bellezza e consistenza ma anche sul tessuto edilizio che per secoli ha fatto da trama delle compagini urbane, e che spesso custodisce nel suo impianto la traccia più recondita delle città che dopo i terremoti sono rinate su se stesse.

L’attività cui si fa riferimento riguarda soprattutto l’esperienza compiuta dal gruppo di docenti guidato da Claudio Varagnoli, comprendente chi scrive, chiamato ad elaborare alcuni dei Piani di ricostruzione del cratere aquilano, vantando la propria specificità nel rifiuto di un approccio tutto ingegneristico e/o urbanistico alla ricostruzione, e nella scelta, al contrario, di una visione multidisciplinare, capace di confrontarsi con la complessità delle trasformazioni in atto e mettere insieme le istanze della conservazione con quelle sacrosante della sicurezza e dell’innovazione, fondamentali per regioni, come l’Abruzzo, rimaste ai margini dell’economia nazionale, soprattutto in alcune aree, e bisognosa di ricostruire le case ma anche di ridare un senso alle cose, di attivare cioè circuiti di recupero intesi nella valenza e portata di operazioni complessive di ripresa della vita, in termini di capitale umano, sociale, e produttivo[6].

I piani di ricostruzione dei centri minori

Rispetto all’epicentro del terremoto del 2009, localizzato nei pressi di Onna – paese sito nella media valle dell’Aterno, a circa dieci kilometri dall’Aquila – gli effetti della scossa principale hanno avuto pesanti ripercussioni su quasi tutta la regione. Alla resa dei conti, delle quattro province dell’Abruzzo solo quella di Chieti è risultata fuori dal cratere sismico, con 42 centri “terremotati” nella provincia dell’Aquila, 8 in quella di Teramo, 7 in quella di Pescara, per un totale di 57 compreso il capoluogo.

Come già detto si tratta di centri minori, la cui identità nel corso del tempo è stata diminuita quantitativamente dal pesante processo di emigrazione che ha colpito la regione a partire dal secondo dopoguerra e dal conseguente fenomeno di degrado del costruito storico. Gli abitanti, soprattutto dentro i nuclei antichi, si sono di fatto ridotti a qualche centinaio, se non a poche decine, offrendo al terremoto un patrimonio vulnerabile, già dissestato dall’incuria, dall’assenza di manutenzione, da ferite pregresse mai rimarginate, oppure al contrario risarcite con un accanimento deleterio per le antiche strutture.

La maggior parte dei centri colpiti dal terremoto è caratterizzata da un tessuto compatto, strettamente legato alla natura del pendio ove sorgono e alla particolare conformazione geomorfologica dell’Abruzzo, prevalentemente montuosa a meno della stretta fascia costiera che va dal confine col Molise a sud a quello con le Marche a nord. Si tratta spesso di veri e propri “borghi fortificati”, con una struttura urbana munita di recinto murario entro il quale si distribuisce l’abitato. L’esperienza secolare del terremoto e la necessità di arginarlo con espedienti volta per volta più raffinati, ha prodotto in  questi centri architetture fortemente segnate dall’accumulazione di caratteri costruttivi che ancor oggi, nonostante le trasformazioni subite, ne costituiscono i tratti più peculiari[7]. La sussistenza di accorgimenti antisismici tradizionali, come le pareti tirate a scarpa, le travi lignee annegate nelle murature, gli archi soprastrada, hanno garantito infatti, in occasione dei terremoti, un comportamento delle strutture prevalentemente scatolare, con dissesti quasi mai dovuti ad azioni di ribaltamento fuori dal piano, quasi sempre invece legati ad azioni di taglio, talvolta accompagnate dal crollo di solai e coperture, soprattutto quando indeboliti dal passaggio di canne fumarie implosi dentro cellule  edilizie all’esterno apparentemente integre.

All’indomani del sisma il territorio del cratere è stato suddiviso in nove aree omogenee, comprese in un territorio di quasi 3000 mq, circa il 20% dell’intera superficie regionale. Da questo territorio, come accennato, è stata esclusa l’Aquila, ritenuta realtà troppo complessa, per quantità e qualità, per non costituire un esempio a se stante. La definizione delle aree di intervento è stata condizionata dall’omogeneità di tipo geografico e paesaggistico caratterizzante le tante conche e vallate che strutturano il territorio abruzzese, ma è stata espressamente diretta a semplificare i rapporti fra l’amministrazione regionale e i piccoli comuni, nell’ottica di un governo del territorio fondato su forme di coesione ritenute indispensabili al rilancio socio-economico dell’intero cratere aperto dal terremoto[8].

Coerentemente con l’impostazione metodologica che guarda ai centri storici e ai territori di pertinenza come a realtà necessariamente collegate, i Piani di ricostruzione sono stati proposti come Piani integrati strategici, caratterizzati cioè da una molteplicità di scale di approccio e di competenze diverse:[9] dallo Stato rappresentato dal Commissario Delegato, agli enti territoriali della Regione e delle Provincie, ad altre autorità come la Direzione Regionale, le Soprintendenze, i Parchi Nazionali e Regionali, fino agli uffici tecnici comunali e agli abitanti dei singoli centri terremotati, per forza di cose principali interlocutori di qualsiasi discorso sulla ricostruzione.

L’entità dei danni all’interno dei singoli centri ha fatto da parametro fondamentale per la definizione delle perimetrazioni, le cosiddette aree rosse, stabilite in accordo tra le singole amministrazioni e la Struttura Tecnica di Missione sulla base di un interesse che si è concentrato prevalentemente sui nuclei antichi e sugli edifici di interesse storico artistico, vincolati ai sensi delle leggi di tutela.   

L’istituto del Piano di ricostruzione, introdotto dopo il terremoto dalla legge n. 77 del 24 giugno 2009[10], è antico in Abruzzo, giacché aggiornamento di quello stabilito con la legge 154 nel marzo del 1945, a guerra ancora non conclusa,  per riparare i danni portati dalle bombe e ricucire tessuti, spesso, irreversibilmente squarciati. Come allora anche in questo caso l’obiettivo dichiarato è stato di aggirare la macchina burocratica che presiede allo svolgimento dei normali procedimenti urbanistici con uno strumento più agile, di carattere straordinario, capace di mettere a sistema i programmi di ricostruzione fisica con quelli di rilancio economico e sociale dei centri colpiti dal sisma. A supportare tale obiettivo è stata anche l’urgenza del rientro della popolazione nelle loro case, essendo fortemente a rischio il cedimento dei legami di coesione sociale, oltreché la vitalità delle imprese, laddove presenti e superstiti. Purtroppo però, come accaduto dopo la guerra, anche questa volta la burocrazia non ha smentito la sua farraginosità. Ci sono voluti quasi dieci anni infatti perché tutti i 56 Piani di ricostruzione previsti completassero le procedure per essere ammessi al finanziamento e passare alla ricostruzione, comunque ancora lontana dall’essere completata[11].

All’Aquila i ritardi non sono stati da meno. Il Piano regolatore degli anni Settanta cui la ricostruzione si è appoggiata non è riuscito comunque a far decollare la ricostruzione, inghiottita da anni di polemiche e discussioni e impedita da ostacoli burocratici che si sono sbloccati soltanto a partire da qualche anno, in concomitanza della riapertura, nella primavera del 2015, della basilica di San Bernardino, di numerosi palazzi storici e di parte del centro, soprattutto lungo via Vittorio Emanuele[12].

Per il potenziamento delle risorse residue e la prefigurazione di uno scenario futuro, tanto possibile quanto necessario, il progetto dei Piani si è dato come riferimento la legge regionale del 1983[13],  gli obiettivi di qualità del Piano paesaggistico della Regione Abruzzo – assolutamente calzanti in territori come quelli studiati dove la fusione tra natura e cultura, costruito e ambiente è tale da restituire uno straordinario connubio di forme e valori-  nonché, quando esistenti, i programmi urbanistici elaborati per i singoli centri prima del terremoto, naturalmente aggiornati con le istanze che la situazione post terremoto ha volta per volta reclamato.

L’accertamento del grado di vulnerabilità dei centri analizzati è stato uno dei punti di forza dei Piani, in quanto premessa indispensabile per prevedere le azioni progettuali miranti ad assicurarne il grado di sicurezza e resilienza, tanto alla scala dell’organismo nel suo complesso quanto delle sue parti costituenti[14]. Una risposta in tal senso è venuta dalla individuazione delle cosiddette  “strutture urbane minime” (SUM) [15], intese come insiemi di edifici strategici/percorsi /spazi, fondamentali a garantire la sopravvivenza delle città colpite dal terremoto o altre calamità;  tali, in altre parole, da assicurarne le funzioni vitali a guisa di isola protetta rispetto al contesto. E’ questa la ragione per cui agli edifici indicati nella SUM sono state riservate particolari cure, rivolte ad assicurare la funzionalità delle infrastrutture, la praticabilità delle vie di fuga, la tenuta generale degli edifici: esercizio non facile in centri che come si è detto hanno tessuti edilizi spesso estremamente compatti vie strette, in pendenza e spesso gradonate e coperte da archi soprastrada.

L’indirizzo conservativo perseguito ha significato, in sede di rilevo, anche il passaggio graduale dalla scala urbana a quella edilizia, fino a quella di dettaglio delle tecniche tradizionali: indispensabile per il mantenimento delle preesistenze al massimo della loro identità, materiale e formale, e per la riduzione al minimo  di demolizioni o diradamenti ulteriori rispetto a quelli già perpetrati a seguito di altri eventi, calamitosi o meno. Nell’ottica di una ricostruzione intesa come integrativa e non sostitutiva dell’esistente si è lavorato per la messa a punto di norme tecniche concepite come veri e propri vademecum, come indicazioni cioè volte a suggerire un ventaglio di possibilità, più che un elenco di proibizioni[16]. Si è puntato a norme sintetiche che offrano la possibilità di ricostruire con i materiali del luogo, ma favorendo, attraverso apposite tavole, la logica costruttiva sottesa all’edificato storico e alle sue stratificazioni. Le norme sostanzialmente escludono la possibilità di demolizioni e garantiscono la conservazione dei ruderi di cui si rivela impossibile la ricostruzione – soprattutto quelli dei terremoti pregressi – e la loro diversa fruizione in nuovi contesti progettuali, come giardini e orti urbani.

La ricostruzione delle case dentro i centri storici non avrebbe senso, come accennato, se non connessa al rafforzamento della rete di relazioni tra i centri abitati e i territori di riferimento. E’ ovvio infatti che la ricostruzione dei centri avrebbe poca vita se non declinata anche a scopo funzionale,  riducendosi di fatto ad una questione di superficie,  per quanto tecnicamente accorta improponibile nell’attuale situazione di crisi economica.  E’ questo il motivo per cui i Piani hanno studiato anche sistemi di innovazione e sviluppo da perseguire soprattutto attraverso progetti su larga scala di ricettività e attrattività turistica. La trasformazione in alberghi diffusi del grande patrimonio di case al momento abbandonate o sottoutilizzate, dentro e fuori i centri storici, è un altro dei punti di forza dei Piani, in un rapporto di reciproca complementarità col necessario  potenziamento dei locali sistemi agroalimentari, la riqualificazione e valorizzazione di ambienti eccezionali da un punto di vista paesaggistico, il restauro di siti storico-culturali capaci di stabilire nuove connessioni e produrre nuove risorse.   

Al restauro di edifici simbolo della comunità locali, spesso coincidenti con monumenti di spiccato valore artistico  e documentario, hanno puntato infine i progetti pilota di cui ogni singolo Piano si è dotato. Inizialmente richiesti dalla Struttura Tecnica di Missione, tali progetti hanno in realtà inteso prefigurare l’approccio metodologico più utile per l’intero Piano, utilizzando le pratiche del restauro applicate ad una fabbrica monumentale per anticiparne anche a livello temporale le linee guida e gli sviluppi.

Lo si è detto, i progetti dei Piani di ricostruzione abruzzesi sono ancora lontani dalla loro realizzazione, se mai questa ci sarà. Ricalcando gli errori già fatti nel dopoguerra, la burocrazia ha voluto infatti che fossero le amministrazioni locali a farsi carico della fase esecutiva, con tutti rischi in ordine ai ritardi, agli aggiustamenti in corso d’opera e al possibile stravolgimento dei propositi iniziali. L’esperienza ricavata da essi è tuttavia preziosa, e tutt’altro che superata dagli eventi che mentre si scrive continuano a scuotere le regioni centrali d’Italia e ad aggiungere argomenti a quanto già fatto. Preziosa non solo perché la circostanza delle rovine prodotte dal sisma ha offerto, paradossalmente, la possibilità di portare nuovi argomenti alla cultura costruttiva locale ma anche perché ha confermato l’impossibilità di farne a meno, e dunque la necessità, ancora una volta, di ripensare la gestione del patrimonio nell’ottica della cura per esso, da tutti i punti di vista.


[1] Sul tema vedi ora Galadini-Varagnoli 2016.

[2] E’ quanto si evince dalla Mappa di pericolosità sismica del territorio italiano pubblicata nel 2004, in linea con le azioni intraprese successivamente al terremoto del Molise di due anni prima. Cfr. http//zonesismiche.mi.ingv.it/.  

[3] Un quadro aggiornato sul numero e l’intensità dei terremoti in Italia è in Rovida-Locati-Camassi-Lolli-Gasperini 2016.

[4] Sulla celebre e illuminante disputa tra Voltaire, Rousseau e Kant, efficace è il contributo di Tagliapietra 2004.Sulla stessa linea di riflessioni è Placanica1985.

[5] Il terremoto, con epicentro a qualche chilometro dal centro dell’Aquila, ha avuto una magnitudo di 6.3; ha causato 308 vittime, 1660 feriti e 10 miliardi di danni stimati. Circa 80.000 gli sfollati, la metà dei quali abitanti nel capoluogo.

[6] Si fa qui riferimento, in particolare, ai Piani per i comuni di Castelvecchio Subequo e Castel Di Ieri, in provincia dell’Aquila, coordinati da C. Varagnoli, e a quello del comune di Ofena, sempre in provincia dell’Aquila, coordinato da L. Serafini. Tali Piani sono stati svolti in linea con l’impostazione data dalla Struttura Tecnica di Missione, stabilita subito dopo il sisma con apposita ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri con il compito di supportare il Commissario Delegato nella gestione dell’emergenza prima e della ricostruzione poi, anche nell’ottica di un rilancio economico delle aree colpite. Parte del lavoro svolto dall’Università “G. d’Annunzio” dopo il sisma si trova pubblicato in Clementi-Fusero 2011; Clementi-Di Venosa 2012, pp. 17-35. Varagnoli-Serafini-Verazzo 2012, pp. 1-10. Una riflessione sul ruolo del restauro nel contesto della ricostruzione post sismica abruzzese è in VARAGNOLI 2013, pp. 257-262.

[7] Cfr. tra gli altri: Varagnoli 2008; Varagnoli-Serafini-Verazzo s.d., pp. 281-293; Varagnoli-Serafini-Verazzo 2104, pp. 139-160. VARAGNOLI 2008; SERAFINI 2008. VERAZZO 2015; DI NUCCI 2009.

[8] Cfr. il Decreto del Commissario Delegato per l’emergenza terremoto in Abruzzo  n. 3 del 16 aprile 2009, integrato dal Decreto n. 11 del 17 luglio 2009.

[9] Cfr. CLEMENTI pp. 17-35; ID. 2016, pp. 129-140.

[10] Commissario delegato per la ricostruzione, Presidente della Regione Abruzzo, Testo coordinato della normativa relativa alla ricostruzione in Abruzzo, Legge 77/09, art. 2, comma 12 bis.  

[11] Fonte: provincia dell’Aquila consultabile al sito www.usrc.it.

[12] Cfr. AbruzzoWeb. L’Aquila, 23 giugno 2016. Un quadro delle contraddizioni e i paradossi della ricostruzione aquilana, è in PARISSE 2016. 

[13] Si tratta della Legge Regionale 12 aprile 1983, n. 18, recante le «Norme per la conservazione, tutela, trasformazione del territorio della Regione Abruzzo».

[14] Il concetto di resilienza è quello espresso da VALE 2005.

[15] Si fa qui riferimento, in particolare, agli studi di FABIETTI 2011;Id. 2012; ID. 2013; FABIETTI-SPACONE-STANISCIA 2017.

[16] VARAGNOLI-VERAZZO 2012, pp. 94-99.

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